«Ho vissuto molte vite; fui amico di Oscar Wilde e nemico di Leonardo…» Pilgrim, unico grande personaggio insieme al Dottor Jung, ha un unico desiderio: poter finalmente morire. Il motivo, contrariamente a ciò che crede il Dottor Jung alle cui cure è affidato, è l’aver vissuto troppo e troppo a lungo attraversando il tempo e conoscendo personaggi illustri. La verità che pesa sopra questi ultimi, al di là del rispetto che la società odierna porta loro, è forse un peso troppo grande da sopportare.
Ogni volta Pilgrim tenta il suicidio e ogni volta un medico lo dichiara morto, salvo poi «risvegliarsi» dopo qualche ora sotto altre spoglie.
Ogni risveglio è una rinascita, pur conservando la memoria delle vite precedenti – eccetto per il periodo dell’infanzia. Sembra quasi infatti che ogni volta Pilgrim «rinasca» già adulto. O almeno da lì lui inizia i ricordi.
L’uomo che non poteva morire è un romanzo storico, misterioso e filosofico, oppure è un racconto sulla rinascita dell’Europa del XX secolo, oppure ancora è la storia dell’eterno conflitto tra distruzione e creazione.
Troviamo un dottor Jung inedito, combattuto tra la sua stessa pazzia e disonestà frammista ad intuizione, compassione e genialità. Più che l’antagonista di Pilgrim, nel romanzo sembra essere un secondo personaggio principale. Pilgrim racconta e vive le sue vite, Jung le rivive su di sé e le interpreta secondo ciò in cui crede ed è lui in fondo che percorre un suo cammino di miglioramento.
Pilgrim, intanto, riuscirà a morire?
Nadia
Timothy Findley – L’uomo che non poteva morire
Autore Anonimo – 24 Dicembre
dedicato a G.
“Farò tutto oggi pomeriggio”.
Ripetevo questa frase a mia madre, ad ogni cosa che mi chiedeva.
E lei non capiva.
L’ho accompagnata a fare la spesa stamane. Nonostante le sue insistenze, non mi sono preso nulla per me.
“Il tuo dietor è finito. Qui costa meno. Perchè non lo prendi?”
“Farò tutto oggi pomeriggio”.
Lei, convinta di non essere vista, ne fece scivolare una confezione nel carrello.
“Va bene – ho pensato – la utilizzeranno lo stesso”. E l’ho lasciata fare, fingendo di non vedere.
Sono terminate anche le pastiglie. Quelle del colesterolo e quelle per dormire.
Lei me lo ha fatto notare e, quando sono uscito di casa nelle prime ore del pomeriggio, avrà pensato che stavo andando in farmacia.
E’ rimasta perplessa quando, sulla porta di casa, l’ho salutata sfiorandole il viso con un bacio. Mi ha detto: “Perchè mi saluti? Tanto ci vediamo tra poco…”
Le ho sorriso. Ma non le ho risposto.
E’ tutto pronto.
Nel borsellino ho i soldi, i documenti e tutte le ricette della dottoressa.
Ho indossato tutti i miei vestiti preferiti. Anche quelli di quando ero grasso. Fa molto freddo oggi e non so come sarà dove sto andando.
Ho preso la metropolitana e sono sceso ad una fermata a caso.
C’è molta gente in banchina ma nessuno bada a me che salto sulle rotaie e cammino a ritroso lungo i binari fin dentro la galleria.
La gente è egoista. Pensa ai fatti propri e non capisce. Potevano fermarmi e non lo hanno fatto, voltando lo sguardo dall’altra parte.
Qualcuno avrà anche chiesto: “ma che fa quello là?”. Qualcun altro gli avrà risposto: “lascia perdere. Son fatti suoi”.
Ma forse è meglio così. Significa che questo è il mio destino. Che è la cosa giusta.
Mentre sono qui, sdraiato sulle rotaie, poco prima di chiudere gli occhi e attendere l’avvicinarsi della luce ed un urto che non sentirò perchè la paura è tanta ma la determinazione mi inchioda, immobile, al mio fato, penso al volto di mia madre, al suo dolore ma anche al suo sollievo.
Amerà il ricordo di me e non le botte che le davo incitato dalle voci nella testa.
Amerà il figlio che avrei voluto essere e che non sono stato nonostante le medicine.
Troverà il biglietto che le ho lasciato sotto al materasso, con la data di oggi, 24 Dicembre.
E piangerà.
E le sue lacrime laveranno via la mia follia.
Frank Spada – Marlowe ti amo. Una storia in sette giorni

Esce i primi di febbraio il romanzo d’esordio di Frank Spada
“… mi chiedo come si fa a distinguere la verità quando
guardi le cose con gli occhi deboli del tuo doppio”
Sarà nelle librerie i primi giorni di febbraio 2010
Marlowe ti amo – Una storia in sette giorni, romanzo
d’esordio di Frank Spada pubblicato dalla Robin
Edizioni – Biblioteca del Vascello (Roma).
Un intreccio scaturito dalla penna dell’autore quasi per
magia, come se il personaggio stesso del romanzo avesse
guidato la mano di Frank Spada per far rivivere
l’omonimo eroe di Raymond Chandler a cinquant’anni
dalla morte del celebre scrittore americano.
California, anni Cinquanta: una ragazza fuggita da casa,
allo sbando tra i night club e il ricordo del padre morto in
un incidente aereo. La matrigna, occhi di smeraldo, è in
pena per trovarla. Un incarico apparentemente semplice
per un detective come Marlowe, se non fosse per il suo
doppio, il compare che lo tiene costantemente in bilico
tra l’osservazione di un entomologo e il raccontarsela da
solo. Un Cessna schiantato in circostanze misteriose e
un’eredità da capogiro lo spingono a incontrare un uomo in carrozzella. E gli incarichi diventano
due, riferiti alla stessa persona.
Tra un pranzo da Minnie’s, una visita a Mà, troppi liquori e sigarette fumate in conversazioni
immaginarie con Pà, Marlowe percorre le strade di Bel Air e gli altopiani di San Ferdinando a bordo
della sua Olds, cercando di allargare il panorama con l’aiuto di una lente, per comporre le scene di
una storia che sembra più grande di quel che gli vogliono far credere. Finirà per oltrepassare i
confini segnati per lui, in un universo popolato da figure ambigue che neppure un terremoto potrà
scuotere. La colonna sonora è il jazz della West Coast e il regista uno che si scrive i copioni da solo.
Marlowe ti amo, il primo romanzo di Frank Spada, è un omaggio originale alle atmosfere di
Chandler, tra un assolo di Art Pepper, Shorty Rogers e i suoi Giants e uno struggente Bobby
Hackett che gira in un juke-box.
Frank Spada, pseudonimo, è nato a Udine. Dopo avere dato vita al suo detective Marlowe, ormai
conquistato dalla scrittura, ha continuato a narrare storie. Suoi racconti sono stati selezionati in
concorsi e premi letterari, e sono pubblicati in varie antologie e online.
Articolo di Carla Casazza
Frank Spada – Vertigini in contanti
Questo racconto è stato pubblicato nell’antologia “Prospektiva- Rivista letteraria” anno X n.47
L’uomo vorrebbe andarsene dal ruolo di non essere che se stesso e sta per lasciare la moglie per un’altra: lei, fianchi morbidi, griffata di accessori dai piedi alle spalline, teme di restare a secco in piena estate, per sempre. Un drink, due chiacchiere per inquadrare la faccenda mentre innalzo il fumo tra le dita, poi me ne vado con il contante in una busta.
L’indomani, in tarda mattinata, lui è già sottomira – io, seduto a poppa di un battello.
Occhi semichiusi, li rivolgo al ribollio che sguscia da sotto una chiglia piatta come i miei pensieri – si sono allontanati lungo una scia punteggiata di cicche tremolanti sull’acqua di un lago verde-azzurro, che pare gorgogliata giù dal cielo terso di montagna e dai riflessi dei pini, fitti come scaglie di moquette sulle pendici attorno.
Stringo in tasca il morbido pacchetto e con un brivido al rigonfio lucido, a tamburo, che porto sotto ascella lascio la vista alle mie spalle. Ci siamo: è il momento di staccarsi dai contorni e di far muovere la scena.
Mezza piroetta e lascio l’impronta delle pieghe sulle asticciole della panca. Allento qualche passo su una passerella di lastre di lamiera e porto l’attenzione sul mio uomo. Un cap di paglia con visiera gli ombreggia il volto. Scende gli ultimi gradini. Affronto la scaletta anch’io e lancio l’ennesima cicca in acqua.
Una forte vibrazione e un motore diesel punta il massimo dei giri. La ferraglia del battello riceve l’ordine di arrivo rumoreggiando l’abbrivio in retromarcia, e si distrae dalla monotonia che si rinnova avanti e indietro per macinare di traverso il lago di Lemano.
Uno scossone e il portellone scende; sono l’ultimo a girare la chiavetta – il posto in coda conquistato stando fuori vista al bar per controllare l’imbarcadero. Un sobbalzo sopra il raccordo con il pontile e la sua “Scaglietti” gialla agguanta il pendio sull’altra riva. Saltello fuori anch’io e sono sulla terraferma.
Il cap supera chi lo precede lungo la strada che si arrampica sinuosa. L’uomo va pericolosamente contromano e mette a repentaglio la carrozzeria della sua stupenda berlinetta.
Mi trovo dietro a due furgoni; preceduti da una ragazza bionda su un pick-up che ho notato durante la traversata. Masticava a bocca aperta chewing-gum indossando degli stupendi hot-pans per fondo schiena e una camicia di tela jeans, semiaperta, annodata sotto due bocce trattenute con sforzo espositivo.
Cinque mezzi in corsa: due station wagon, stivate di bambini davanti al pick-up, e al primo posto c’è il mio uomo. Strizzo gli occhi di sbieco, curva dopo curva, perchè lui se ne va via veloce. Devo sfilarmi dalla fila se non voglio che scompaia lungo strada.
Accarezzo con il fondo della suola il pedale e mi avvio per togliermi dagli ingombri di persone. Mando i furgoni alle mie spalle e sibilo in là un ruggito. La nuca della pin-up si mette all’erta accomodandosi allo specchietto la reazione delle ciglia. La rasento a mezza via e la stringo al fianco con la dolcezza del mio “biscione” canna di fucile; come dire che le chiedo il prossimo ballo con l’arma pronta a fare fuoco. Rallento il fiato; valuto l’insieme e mi limito a lanciarle un occhiolino. Ci scambiamo i volti senza promesse impegnative; poi mungo un po’ di carburante e con la lingua fuori, rivolta ai ragazzini che si sbracciano di saluti, filo via facendo le boccacce anche ai parenti.
Alleggerisco l’affettuosità del piede sul pedale e mi posiziono a giusta distanza. Sto seminascosto tra le curve e inquadro l’uomo in fondo al mirino.
In città, una tizia in ghingheri rabbrividisce per una faccenda in movimento, ormai senza speranza di ritorno per chi inseguo; io, percorro una stringa di vertigini che s’innalza verso il Bernese.
Penso, per distrarmi, al finale della storia di uno che viaggia incontro al fato programmato e poi a chi mi ha ordinato di fare come voglio, purché lui… A cose fatte dovrò avvertirla immediatamente: lei ha pronto quel che serve per andare in una banca molto riservata.
Quando avevo chiesto perché aveva scelto proprio me per quest’incarico: “Perché so che lei è un professionista serio e ha molta fantasia!” aveva risposto con un colpo d’occhi dentro i miei, puntato giù dai tacchi delle sue vertiginose scarpe decolleté anticipandomi il saldo di tariffa, e dandomi il tempo di fare Ah! – un commento se vogliamo un po’ asciutto, ma l’unico che trovai adatto a chiudere l’incontro.
Ora il fondo-strada dei tornanti si annerisce dietro al fischio delle gomme; ogni tanto scruto in alto, cercando di intuire in quale punto sul bordo superiore del parabrezza vedrò riapparire quella berlinetta.
Il bitonale di un autopullman s’infila giù tra i precipizi aperti sul vuoto… “Cristo!” Una macchia schizza di giallo il cielo, sparisce nel frastuono che s’innalza…
Uno slargo e tiro il freno a mano. Accendo una sigaretta. Fisso in primo piano il filo azzurrognolo che lascia il finestrino, che scrive sullo sfondo di un bosco verde cupo la storia che potrei raccontare a mio figlio, tramandandogli l’insegnamento di mio padre, per insegnargli che il saldo si richiede in anticipo, sempre, per affrontare le vertigini di un lavoro senza copertura, anche in montagna.
Rimetto in moto, giro e torno indietro.
Citazione – 20.12.2009
“A parte che è Natale”: le previsioni parlano di neve – peccato, rinuncerò a guardare il cielo!
Frank Spada
Letterina di Natale – Francesco Pomponio
Non c’è niente di speciale in un pomeriggio così.
A parte che è Natale.
Lo so, farò dei pensieri che nessuno metterebbe in un libro, non sono per niente originali e forse neanche varrebbe la pena di scriverli.
Ma io non voglio essere originale, non mi interessa più.
Sono qui, seduta davanti alla finestra a guardare il cielo grigio.
E ho nostalgia di te.
Chissà se tanti anni fa qualche altra ragazza aspettava come me che qualcuno la chiamasse il giorno di Natale per farle gli auguri…
Nella casa aleggia l’odore del tacchino e dei dolci, e le dita mi profumano di mandarino.
Fuori dai vetri vedo le strade vuote e la neve che continua piano a scendere come ad ogni Natale che si rispetti.
La gente trascorre in casa questo pomeriggio di festa che potrebbe essere l’ultimo per chissà quanto altro tempo.
E pensare che due anni fa sembrava non ci potesse essere altro che pace in futuro.
E adesso mi ritrovo ad aspettarti senza sapere fino a quando.
Questi fogli di carta li ho rubati a mio padre e ti sto scrivendo una lettera.
Sì, una lettera, anche se non si usa più. Forse neanche la spedirò, però devo scriverla, se non per te almeno per me.
Un giorno, quando avremo i nostri figli, potremo far finta di arrabbiarci scoprendoli a leggerla di nascosto.
Se faremo in tempo ad avere dei figli. Se ce ne daranno il tempo.
Ma quest’ultima frase la cancellerò, non posso intristirti con le mie preoccupazioni mentre invece dovrei esserti di conforto.
In fondo sei lì per fare in modo che noi quaggiù si possa avere altri pomeriggi noiosi e tiepidi come questo.
Mia madre in cucina guarda la televisione, le solite trasmissioni che alla fine neanche ti ricordi di che trattavano. Però ti tengono compagnia.
Non si può essere sempre colti e impegnati, a volte una battuta cretina ti strappa una risata cretina, ma è tutto quello che riesci a fare con lo stomaco pieno e lo sguardo pesante.
Come il cuore.
Ma le madri non capiscono, mentre invece io i miei figli li capirò.
O forse capisce anche lei ed è per questo che abbassa il volume della TV ogni volta che c’è il notiziario…
Ne danno uno ogni mezz’ora, sempre le stesse notizie e decine di persone che ci ricamano sopra con l’intenzione di tranquillizzare, mentre invece mi fanno preoccupare di più.
Vorrei che non dicessero niente, tanto le brutte notizie arrivano lo stesso.
Ma forse dovrei davvero gettarla questa lettera, la sto rileggendo e mi accorgo che non e’ quello che volevo dirti.
Ma come faccio a dirlo?
Come posso scrivere che ho nostalgia di quella volta che facemmo la spesa insieme al supermercato, una vigilia di Natale?
Si può avere nostalgia di un supermercato? Allora non mi sembrava così bello quel momento, mentre adesso ricordo anche il vento gelato che spazzava il parcheggio, come ora le strade, e i ragazzini che aiutavano le mamme cariche di torroni e di giochi.
Fingemmo di credere a Babbo Natale e ci facemmo la foto insieme a lui.
Ora ce l’hai tu.
Camminavamo verso la macchina e tu mi portavi le buste della spesa.
Dappertutto si cantava, si scriveva, si declamava: “Pace in Terra”.
Bene, la pace in Terra l’abbiamo ancora.
Ma per averla tu stai lassù, su chissà quale stella, insieme a tanti altri come te.
Dentro un guscio di noce che chiamate astronave.
E per farmi gli auguri il giorno di Natale hai dovuto registrarli un mese prima perché le onde radio fanno una strada diversa dalle astronavi.
Tanto valeva mi mandassi una lettera, almeno avrei avuto qualcosa toccato da te.
Ma intanto l’apparecchio suona e lo schermo si illumina.
Se non sono brutte notizie allora spero che sia tu, pure se di un mese fa.
Racconti dell’età del rap – Alessio Pracanica
Cosa dire del libro di Alessio che non sia già stato detto?
Beh, forse l’unica cosa che non è stata detta è che è brutto, illeggibile, scritto male…
Ma neppure io scriverò un commento negativo perché non lo credo possibile.
Posso dire che Pracanica ha uno stile di scrittura inconfondibile, tutto suo. Lui non scrive, lui legge al lettore i suoi racconti, perché lui è sempre presente. E’ come sentirlo parlare. Se le parole scritte avessero un suono, probabilmente in questo libro, assumerebbero il timbro della sua voce.
Alessio è il vero protagonista di tutti i suoi racconti, forse il filo conduttore. E’ lui che conduce i personaggi del libro nella vita del lettore, glieli presenta ad uno ad uno. E’ lui che glieli toglie dalla visuale pur lasciando, in ognuno, un’assonanza di quello precedente, un particolare del carattere, o estetico, o di modi di fare. Come se costruisse un unico personaggio piano piano, di racconto in racconto. O un unico pezzo rap, parlato, con parti ripetute, cadenzate da un ritmo che varia a seconda delle tematiche che affronta.
Attraverso questi personaggi, Alessio mostra la vita quotidiana, ai nostri tempi. Porta il lettore a fare un giro nei bassifondi, in luoghi squallidi, che a volte sono spazi fisici altre volte invece la mente del personaggio. Ogni racconto racchiude una riflessione contro la guerra, la violenza, le ingiustizie.
Alcune denunce arrivano alla fine del racconto, come una martellata in testa, altre invece si intuiscono da subito. In entrambi i casi non si può che concordare sull’abilità dell’autore nel mescolare ironia, saggezza, divertimento, cinismo al ritmo cadenzato di un racconto via l’altro. Termina con un bacio, il libro di Pracanica, suonato anch’esso, un bacio “troppo a lungo trattenuto per non essere bello”…
Mauthausen – Marco Giuffrida
Il profumo dei fiori
non copre l’odore di Morte.
Il silenzio,
trascina le urla delle anime ferite.
E le senti accanto.
Antichi dolori e fresche commozioni,
camminano assieme, impaurite,
nei cortili roventi.
L’asfalto non ha cancellato il sangue.
Puoi capire i luoghi e i momenti.
Rabbrividisci, poi, nei sotterranei.
E sai che non è il gelo del vento.
Arrivi alla tragica scala,
passando fra memorie di pietra.
Infine, solo passi e silenzi:
E nel cuore, e fra i fili spinati.
Senza tempo – Francesco Pomponio
Grossi fiocchi di neve scendevano oltre le sbarre. Il frate sedeva vicino all’uomo con la barba incolta.
“Dunque, quale era il tuo dubbio, figliolo?”
L’altro attese prima di rispondere, si alzò e, salito sulla panca, si affacciò a guardare nella piazza.
“Mi chiedo, padre, se non sia peccato di orgoglio affermare che per creare noi uomini ci sia voluto un Essere Superiore.”
Il frate non rispose, scosse la testa e uscì, col viso triste.
“Vorrei essere un gesuita, per saperti rispondere, ma entro stasera lo saprai ugualmente.” pensò allontanandosi, mentre la porta veniva richiusa.
Fuori, sotto la neve, la gente ammucchiava fascine attorno al palo.
La piazza cominciava ad affollarsi di curiosi per l’esecuzione del pomeriggio, mentre il cielo grigio si sfaldava a pezzettini.
La cantina di Gomez di Natalfrancesco Litterio
In quarta di copertina si parla di un’avventura strampalata. All’inizio della lettura ero daccordo, perchè non capivo cosa mi volesse raccontare l’autore e, dopo qualche pagina, ho deciso semplicemente di lasciarmi trasportare dalle parole, ho acconsentito ad essere spettatrice di una parte della vita del protagonista, Gomez il barman. Poi è iniziata l’avventura vera e propria con alcuni colpi di scena, un amore profondo e dolcissimo, che rallenta i toni ed i ritmi del romanzo creando l’atmosfera dell’innamorato come quando, nel bel mezzo della giornata, ci si sofferma a pensare alla persona cara. L’autore ha mischiato, in 85 pagine, jazz, mafia, amore, politica descrivendo dal di fuori, attraverso una voce narrante originale (la mazza da baseball di Gomez), la vita di un uomo che sembra non avere vie di uscita. Nonostante le tematiche non è un romanzo pesante. Nel finale, il riscatto, pur con il sacrificio della voce narrante preso a simbolo di un cambiamento. Sia per la brevità del romanzo che per la scrittura lineare, senza fronzoli, ho letto questo libro tutto d’un fiato. Mi è spiaciuto salutare Gomez e mi chiedo cosa stia facendo ora.
Nadia